Il nostro destino? Diventare bambini
Meglio tacere, meglio far finta di non aver ascoltato e rischiare di passare per sordi piuttosto che sentirsi chiamare Satana, come era successo a Pietro. Le parole di Gesù sono dure, quasi le stesse di quelle dette la settimana scorsa: la via che prospetta il Maestro non è quella sognata, splendente e vittoriosa, ma una via aspra, dolorosa, che prevede perfino la morte: no, non è proprio quella prevista. Meglio concentrarsi su altro, meglio pensare a chi fra loro può ritenersi il più bravo, il più importante, facendo paragoni e soppesando qualità e difetti gli uni degli altri. Lui parla di un Dio che si consegna nelle nostre mani, tutto per amore, solo per amore e loro, come noi, si accaniscono a circoscrivere insignificanti spazi di potere. Lui indica fin dove si può arrivare quando si ama da Dio e loro, come noi, a creare sbarramenti e confini, chiusi nella piccolezza delle loro ambizioni. Vaglielo a far capire che l’amore è forte, ma che chi ama è debolissimo. Che pazienza, che infinita pazienza deve avere con quelle teste dure il Maestro, pronto a ricominciare ogni volta, a spiegare meglio, a cercare di far entrare in quei cuori un frammento del cuore di Dio. E allora eccolo a chiamarli tutti e dodici intorno a sé e a spiegar loro una nuova matematica dove per alzarsi bisogna abbassarsi, dove il primo è l’ultimo, il grande è il piccolo e le misure non sono quelle di sempre, ma quelle sovversive di Dio. Misure che ribaltano ogni logica umana, ogni razionalità e come sistema metrico viene adottato un bambino: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,4) come a ribadirci che le porte del paradiso sono basse, altezza di bambino, non di più. Come a dirci e ribadirci che forse Dio è un bambino entusiasta, con la sua voglia di creare e la sua sete di cose belle, curioso e leggero, mai statico ma sempre in continuo movimento. Al bambino non interessano le filosofie e i discorsi astratti, ma piuttosto fantasticare, immaginare, toccare le cose e lasciarsene sorprendere. Gli basta così poco: un tratto di matita ed è pronto a viaggiare. Non se ne fa niente dei titoli e delle onorificenze, ma cerca gli sguardi che vanno dritti al cuore, gli abbracci di chi gli asciuga le lacrime e lo fa sorridere. “Noi siamo i bambini del futuro” scriveva Bonhoeffer, l’infanzia è il nostro destino, non il nostro passato ed è uno scenario grande quello di diventare piccoli.
Toccandoci Gesù ci ama e ci apre alla vita vera
Capita anche a noi, e tante volte nella nostra vita, che ce ne stiamo chiusi in noi stessi, sigillando ben bene gli spazi attraverso i quali la vita può insinuarsi, tappando ogni pertugio per evitare che qualcosa di esterno entri in noi e ci ferisca. Capita anche a noi di essere sordomuti. Tanto sordi e tanto muti da non riuscire a dire il dolore che ci attanaglia e da non voler sentire quello dell’altro. Un grido strozzato. Bello allora oggi leggere questo brano di Vangelo che ci riporta davanti a Gesù, da soli, in disparte, io e Lui a guardarci negli occhi, un solo sguardo: il mio di impotenza, il Suo di amore sulla mia impotenza. A chi presuppone che Dio sia un Dio immateriale, etereo e intangibile Gesù dimostra che invece Lui ama sporcarsi le mani, lavandoci i piedi, toccando piaghe o infilandoci un dito nelle orecchie: Lui ama toccarci. Gesù tocca, sputa, spalma fango, alita, prende per mano perché a Lui piace così, sentire e farsi sentire concretamente: Lui ama toccarci. E la nostra pelle, al suo tocco, freme; il nostro cuore, al suo tocco, brucia, perché anche a noi viene sussurrato «Effatà», come un sospiro, come una preghiera. Apriti all’ascolto, apriti al dialogo, alla relazione, alla vita. Non pensare di essere solo, è questo ciò che ti fa tremare e ti spegne: apriti come si apre la finestra al mattino, lasciati raggiungere dall’aria pulita della notte, dal fresco della rugiada sull’erba. Sgancia le cerniere, fa’ saltare i lucchetti, rompi le catene che ti costringono e ti rendono muto e sordo. Ascolta: la vita parla e canta e che anche nella tua casa si faccia festa. Lo abbiamo sentito nella prima lettura: «Egli viene a salvarvi. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua». Oggi Gesù compie gesti che ricordano quelli della creazione, forse perché ogni volta che acconsentiamo ad aprire la zolla del nostro cuore è sempre un nuovo inizio, qualcosa di inimmaginabile si avvera, la vita prende nuova forma. Ed è festa, è inizio di bellezza, è gioia di nodi che si sciolgono, di orizzonti che si schiudono: è Lui che ci tocca. don Luigi Verdi /avvenire.it
Parole dure di Gesù che contengono la tenerezza
Ci sono parole dure, parole dalla scorza tanto resistente da non riuscire ad aprirle per estrarne il succo, come mandorle protette da un guscio invulnerabile. E arrivano, queste parole, come un sasso lanciato addosso, di cui si avverte solo la ferita che lascia sulla pelle. Nascosto e protetto è il senso, da lavorarci con dolorosa fatica o con amore. Ci sono colpi duri, se vuoi seguire Dio, colpi duri come quelli che spezzano la conchiglia per estrarre la perla, colpi che fanno cadere il fiore per aiutare il frutto a nascere, colpi che inchiodano alla croce per aprire alla profondità e alla passione del vivere. Gesù aveva parlato del suo farsi cibo per tutti e proprio questo era incomprensibile per i Giudei, che si immaginavano un Dio inaccessibile, potente e glorioso, non certo un Dio tanto intimo da diventare linfa nascosta. E quando l’annuncio del Maestro si allontana così tanto dalle mie convinzioni tutto diventa duro, oscuro, lontano: perché amare i nemici? Perché porgere l’altra guancia? Possibile che i ladri e le prostitute mi precederanno nel regno dei cieli? Perché spingere il cuore ad aprirsi su questa vertigine? Mi accorgo allora che la durezza è nel mio cuore che non riesce ad aprirsi alle Tue parole di tenerezza, che si ostina a volerti costantemente plasmare a mia immagine o a tentare di ridurti al mio piccolo e meschino tornaconto. Cosa avrei fatto se fossi stato tra loro in quei giorni? Da che parte sarei stato? Molto più facile voltare le spalle e tornarsene a casa, con appena un po’ di nostalgia per quelle parole così dolci, ma pure così capaci di scavare abissi. E Tu cosa hai provato nel vedere i discepoli, quelli che già da un po’ Ti seguivano ovunque, abbandonarti così? Hai visto come siamo fatti? Subito pronti a riconoscerti per un tozzo di pane da mettere sotto i denti, ma subito pronti anche a rinnegarti quando quel pezzo di pane mette in crisi la nostra vita. Me lo immagino come li guardavi mentre si allontanavano e si facevano via via più piccoli sulla strada. E il tuo sguardo ora si posa sui dodici, su quel gruppetto scalcagnato di pescatori che ti sei scelto, ma che non vuoi rendere schiavo: «Volete andarvene anche voi?» E c’è un attimo in cui tutto sembra fermarsi, un attimo, tra la tua domanda e la risposta di Pietro, sospeso come quando sta per accadere un miracolo. I tuoi occhi innamorati mi guardano, aspettano. Leggono nei miei occhi lo smarrimento, il disorientamento: se cerco la vita dove mai potrei andare? Lo vedi, non ho che domande per Te e solo una piccola, piccola fiducia.
Pane donato per aiutarci nel cammino della vita
Il testo della prima lettura che leggeremo, tratta dal Primo libro dei Re, può forse aiutarci a meglio capire questi versetti del Vangelo, in cui Gesù ci parla ancora di pane e vita, vita e pane indissolubilmente impastati. Elia è solo nel deserto, ed è tanto disperato da desiderare la morte, sente che forse la sua vita non ha alcun valore, gli sembra che perfino la fede nel suo Dio non valga più niente. E si addormenta esausto il nostro Elia, con il cuore buio di nubi di sconfitta, oppresso dal senso di fallimento. Proviamo a entrare in lui, a chiudere gli occhi con lui in una delle nostre notti buie, una di quelle notti in cui tutto ci sembra irrimediabilmente perduto, in cui speriamo solo di non risvegliarci più dall’incubo della nostra vita. Il nostro ultimo pensiero, prima di dormire, è stato una specie di preghiera, un’implorazione verso un Dio che sembra svanito, lontano, assente. E una mano ci tocca la spalla, leggera come una carezza: «Troppo lungo per te il cammino, troppo dolore, troppo deserto ti asciuga l’anima. Mangia un po’, bevi un po’». Non risolve i nostri problemi Dio, non agita la bacchetta magica per dissolvere i pesanti nuvoloni che si sono addensati: Lui ci dà un po’ di pane, Lui ci dà un po’ di forza, quel tanto che basta a proseguire il cammino, passo dopo passo. «Alzati, mangia…»: è questione di vita o di morte il pane. È questione di gusto per la vita, che diventa pieno, eterno, infinito, quando c’è Dio a lasciarsi masticare. Il pane della vita, il pane che è passato attraverso il marcire del chicco, la battitura, la mietitura, che ha provato la macina e il fuoco: è questo il lungo cammino del pane che Gesù ha scelto di essere. «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo…» : non lo ha spiegato Gesù il cielo, non ci ha dato dimostrazioni teologiche di cosa sia e come sia fatto il cielo. Ci ha detto che è Vita indistruttibile. E che Dio è seminatore di perle e di stelle nei nostri campi. La terra deve essere annaffiata da un po’ di cielo, i deserti hanno bisogno di una luce che li faccia fiorire, i passi stanchi delle donne e degli uomini attendono una carezza leggera che li spinga un po’ più in là. Perché la terra da sola non ci basta: abbiamo bisogno di pane e infinito per vivere. E sarà per sempre. Luigi Verdi
Busseremo e troveremo
Una storia d'amicizia ci insegna come pregare, una vicenda di affetti è il segreto della preghiera. Amico, prestami tre pani! Non per me, ma per un amico. Un uomo è uscito nella notte, ha camminato fino alla casa dell'amico, bussa e non chiede per sé, ma per un altro amico che a sua volta ha camminato nella notte, come in un girotondo. Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro, ma non siamo diventati fratelli e il pane continua a mancare. Una domanda enorme corrode le nostre preghiere: Dio esaudisce? Sì, ma non le mie preghiere, bensì le Sue promesse, perché egli si coinvolge, intreccia il suo respiro, mescola le sue lacrime con le mie. Dio vive con me, mi ama, e proprio per questo perdona i miei errori, toglie ciò che mi pesa sul cuore e lo imbruttisce, ciò che di me ha fatto male agli altri, ciò che degli altri ha fatto male a me. Chiude le ferite che io ostinatamente mantengo aperte. Il perdono non è un colpo di spugna sul passato, è un vento che spiana il futuro, insegna respiri. E noi che ora lo conosciamo, facciamo lo stesso con gli altri e con noi stessi, per tornare a vivere di pace. Non abbandonarci alla tentazione. Non chiediamo l’esenzione dalla prova, ma di non essere lasciati soli a lottare nel giorno del buio. E dalla sfiducia e dalla paura tiraci fuori; e da ogni caduta rialzaci. Anche se la porta è chiusa, anche se Dio sembra muto, anche se la fiducia si fa difficile, oltre la porta inizia il canto dell'amicizia. Quella porta non è lontana, è alla latitudine del cuore.
Un amore troppo grande, quasi straniero
Vangelo che mette con le spalle al muro. Mi proteggo da questo vangelo, pensandolo rivolto agli altri, invece siamo tutti inviati, tutti sulla strada, come i Dodici, per essere un dito puntato su Gesù, un evidenziatore, un faro su di lui. E ci viene istintiva la scusa di Mosè: ma come Signore, mandi me balbuziente a parlare alla corte, si metteranno a ridere! O di Geremia: sono troppo giovane; di Amos che protesta: sono solo un mandriano, sto dietro alle mucche. Ma “l’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci). Allora vado bene anch’io. Perché il sacerdote Amasia non si lascia aiutare dal piccolo profeta? Forse perché Dio brucia, e se l’accogli ti cambia la vita. Io non ero profeta; ero un bovaro, un contadino, mi occupavo della vita. Ma il Signore mi ha “preso”. Confessa una chiamata che è quasi una violazione da parte di Dio. Il vangelo di oggi ci aiuta a farci “prendere”. Per le strade di Galilea (ogni strada del mondo è Galilea) la gente vede arrivare, sotto il sole, due tipi strani, a piedi, più poveri di un povero, senza bisaccia e con solo un bastone. Li vede venire a due a due, che non è la somma di uno più uno, ma è l’inizio della comunione, la prima cellula della comunità. Ma così arriva il vangelo? Così è venuto Cristo, senza denaro, senza borsa, nudo sulla croce. Aveva solo un bastone, il legno della croce, piantato a sorreggere. Più che sui contenuti da trasmettere, Gesù con i Dodici insiste sulle modalità di come si passa nel mondo: liberi e leggeri. Il come si vive, è la vita. Prima si è visti, poi si è ascoltati. In tre anni di strade, olivi, lago, pane che non finisce, malati toccati e guariti, hanno appreso l’essenziale, hanno imparato Gesù. Lui porteranno in giro per le strade. Riassumo in due linee questo vangelo: l’economia della piccolezza e quella della strada. La piccolezza attraversa l’intera Bibbia e ne rappresenta l’anima profonda. Quella di Abele, delle donne sterili e madri, di Giuseppe venduto dai fratelli, di Amos e Geremia, della stalla di Betlemme, dei “beati i poveri”, del granello di senape, dei 12 che vanno senza niente fra le cose. L’economia della piccolezza ci fa trovare profeti là dove la grandezza vede solo piccoli contadini. E poi l’economia della strada: che è libera ed è di tutti, che non domanda tessere, che ti apre orizzonti ed è sempre nuova. Mettersi per strada è un inno alla libertà e alla fiducia. Un salmo cantato agli incontri che farai. E i Dodici vanno, più piccoli dei piccoli; li ha messi sulla strada che non si ferma, che verrà sempre incontro, che se li porterà con sé verso il cuore della vita. Vanno, profeti del sogno di Dio: quello di un mondo finalmente guarito; ripulito dai demoni che invecchiano il cuore giovane della vita.
LAVORI IN CHIESA A POGGIANA
Procedono secondo i tempi i lavori di restauro della nostra chiesa. Lunedì 1/7 comincerà la posa del pavimento.
Se tutto va secondo i nostri calcoli sarà possibile inaugurare la chiesa con la festa del nostro patrono San Lorenzo.
Ci prepariamo tutti per questo bel evento che ci darà modo di celebrare anche una Santa messa in suffragio del carissimo don Antonio Salvalaio.
All’inaugurazione della chiesa siamo tutti invitati, vista l’importanza dell’evento.
La fede come un granello di insensata e folle speranza
Le storie si intrecciano, morte e vita si impastano e quando c’è di mezzo Dio possiamo esser sicuri che abbonderà solo la vita. Sembra quasi di stare là, leggendo questo brano di Vangelo, tra donne e bambine, con padri di famiglia e una moltitudine di gente che pigia. E Gesù lo vediamo in cammino, con calma, senza fretta, nonostante la morte che bussa alla porta di Giairo: l’ansia non lo prende, solo una folla che spinge, una ressa di curiosi che intralciano il cammino. Lui se ne va tranquillo, a dare ancora una volta uno scacco alla paura, a sconfiggere la nostra impotenza davanti al dolore. Le storie si intrecciano e si intrecciano anche le mani oggi: «Vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva»; e poi la mano dell’emorroissa, che tocca il mantello alle spalle; e la mano di Gesù, che afferra quella della bimba per strapparla al sonno della morte. La nostra fede ha bisogno di mani più che di pensieri e filosofie, si alimenta di gesti concreti, passa attraverso speranze irrazionali «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti…, Non temere, tu continua ad aver fede…» : anche a costo di essere insultati, anche se il rischio è quello di attirare sberleffi e sorrisetti sarcastici la fede si intreccia alla paura e con lei tesse fili di incredibile fattura. Mi commuove l’ostinata emorroissa, convinta che basterà un tocco, come una carezza al lembo del mantello, per guarirla: da dove prende questa convinzione? Chi le suggerisce questa caparbia idea? E il povero Giairo, come avrà percorso quegli ultimi metri che lo separavano dalla sua casa, sapendo già che la sua figlioletta era morta? Solo la disperazione di un padre può aver guardato a Gesù come all’ultima spiaggia nel naufragio delle speranze. E in fondo quel che oggi leggiamo è la fede dell’ultima spiaggia, forse perché soltanto chi sogna la luce nello sgomento delle tenebre più profonde, può trovarla. Le parole sono delle intruse tra noi e Dio: servono mani e occhi coraggiosi. «Mi basta toccare il mantello, mi basta che tu entri nella mia casa» questa poca fede a Dio basta. «Mi basta vederlo passare», penserà Zaccheo, «mi basta una tua parola per guarire il mio servo», manderà a dire il centurione a Gesù. La nostra fede è un pizzico di coraggio, un granello di insensata e folle speranza. Quel che basta a noi basta anche a Dio: là, su quella cha a noi sembra l’ultima spiaggia, troveremo Qualcuno che, afferrando la nostra mano, ci porterà a navigare oltre noi stessi e che ci ripeterà con infinito amore: «Alzati. Facciamo ancora un paio di bracciate insieme».
LOTTERIA SAGRA VALLA'
Di seguito i nuemri vincenti estratti lunedì 24 giugno alla Sagra di San Giovanni a Vallà.
2391 Buono spesa Alì 1000€
0587 Soggiorno per 2 persona da 600€
1878 Buono spesa Ca D'Oro 150€
0180 Scopa senza fili Touchscreen
2447 Buono spesa Berti 100€
1293 Buono spesa Ceron 100€
5688 Bici per bambini
3087 Buono spesa carburante 50€
5671 Buono spesa carburante 50€
5811 Orologio Smartwatch
Un granello di senape per aiutarci a guardare alto
Un maestoso e regale cedro del Libano oppure una secolare ed imponente quercia: se fossi stato io chiamato a paragonare il regno dei cieli a un albero, avrei scelto uno di questi due, per affermare la grandiosità e la potenza, la spettacolarità di Dio. Gesù invece come al solito ci spiazza con un modello inaspettato: il più piccolo tra tutti i semi, il più banale, il più comune, quello che fatichi a vedere tra l’erba, a cui non fai caso, poco più di niente. Invece di volgere il nostro sguardo verso il cielo, perché di cielo si parla, lo costringe a puntare verso il basso, ad aguzzare la vista per cercare nell’orto di casa l’insignificante granello di senape: non è lontano quel regno, ma già qui nascosto e vivo, non è da attendere e sospirare, ma solo da vedere, cercare, perché la terra è già cielo. Come dire che Dio non è inarrivabile, ma presente nella piccolezza di un seme, di un dettaglio, di un frammento. Come dire che il futuro è già qui se lo sai intuire. Vuole allenare i nostri occhi, il Maestro, vuole ripulirli dalla fretta e dalla superficialità per renderli attenti e innamorati come i suoi, che si incantavano sui gigli del campo, sul pizzico di lievito, sullo spicciolo della povera vedova o solo su un semplice bicchiere d’acqua. Leggero è Gesù, come seme trasportato dal vento, che utilizza, per farci capire, parole leggere laddove noi useremmo parole come macigni, tortuose, incomprensibili. Scriveva Rilke: «…A me piace sentire le cose cantare. Voi le toccate: diventano rigide e mute. Voi mi uccidete le cose» E Lui invece ci parla di fiori che sbocciano, alberi che crescono, voli di uccelli, campi biondeggiare di grano. Prende la realtà, quella che viviamo come banale, e la fa diventare eterno, afferra l’infinitamente piccolo e lo trasforma in misura dell’immenso: spazio e tempo, cielo e terra, istante ed eternità coincidono se solo riesci a vedere, così ci dice. E ancora ci invita a rispettare la vita e la sua lentezza, il suo ritmo fatto di solstizi e stagioni, di arsure e piogge, di sole e gelo: «come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa». Non accelerare, non forzare la primavera, non snaturare la vita: rischi di perderne il colore ed il sapore, il colore dei fiori sbocciati, il sapore del grano maturo. Se solo saprai guardare, quel granello di senape, preso anche come misura della tua fede, diventerà albero rigoglioso e forte, riparo e ombra, luogo dal quale si potranno sentire gli uccelli cantare, le cose cantare, cantare la vita.
Il Dio buono come il pane per sostenere il cammino
Un pezzetto di pane per ricordarci che non di solo pane vive l’uomo, un sorso di vino per stringere un patto valido per sempre: come al solito Gesù sovverte la nostra logica razionale. Nell’Ultima Cena coi suoi apostoli, invece di lasciare raccomandazioni e programmi come ognuno di noi avrebbe fatto, consegna, quasi fosse un testamento, il suo corpo da masticare e ingoiare in un semplice pezzo di pane. È vero, li aveva avvisati quando aveva detto “Io sono il pane della vita” e li aveva preparati “Se non mangiate la carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Giovanni 6,53-55), ma quanto davvero poteva aver capito quel manipolo di raccattati? E quando quella sera intorno a un tavolo, o forse seduti in terra, avevano accolto nelle mani quel boccone di pane le loro mani avranno tremato? Mi torna in mente quell’episodio raccontato nel capitolo 19 del primo libro dei Re quando Elia, stanco e sentendosi in pericolo, chiede a Dio di lasciarlo morire. Si addormenta e viene svegliato per due volte dalla voce di un angelo che gli dice “Alzati e mangia”: vicino a lui trova una focaccia e un po’ di acqua. Quel pane gli servirà per mettersi in cammino e raggiungere il monte Oreb, dove incontrerà Dio, in un sussurro di vento. E ancora il mio pensiero corre a quei cinquemila che furono sfamati a partire da pochi pezzi di pane, perché anche loro potessero riprendere il cammino e tornare alle loro case. Il pane ci è necessario per vivere, per camminare, perché è energia immediatamente assimilabile che scorre nelle nostre vene, il pane placa la nostra fame. Così capisco che Gesù non poteva scegliere posto migliore in cui nascondersi e restare con noi, a calmare la nostra fame: fame di pane e di infinito. Quell’infinito che attraverso un pezzetto di pane e un sorso di vino mi raggiunge e circola nel mio sangue, diventa mio stesso sangue, scorre nelle mie vene. In me circola Dio. Che regalo incredibile e stupendo, così semplice eppure così generoso, regalo di un Dio che come una mamma nutre col suo corpo il suo bambino. Ci aveva promesso che sarebbe rimasto con noi, che non ci avrebbe lasciati soli, ora ci raggiunge fin nel profondo delle nostre fibre, per continuare ad alimentare la vita. Il momento dell’istituzione dell’Eucaristia viene raccontato da tutti gli evangelisti tranne Giovanni che, a questo punto dell’Ultima Cena, inserisce la lavanda dei piedi, quasi a volerci mostrare la postura del Corpus Domini: un Dio in ginocchio sui nostri piedi stanchi. Un Dio buono come il pane.