Vedere gli altri così come Dio li ha sognati
… Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8,1-11 )
Quanto darei per sapere cosa stava scrivendo Gesù: una preghiera o il verso di una poesia o di una canzone? O il versetto di un salmo, forse proprio quello del salmo 125 che è tra le letture di oggi: « …la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Quanto pesano le pietre di chi si sente senza peccato, di chi suppone di essere giusto, sempre a posto con la coscienza? Quanto pesano quelle pietre che siamo incessantemente pronti a scagliare sulle debolezze e fragilità di chi ci sta intorno? E se questa scena si ripetesse oggi, qua, nel piccolo mondo in cui vivo, io dove sarei? Sarei insieme a quegli scribi a reclamare l’applicazione della legge? È così facile e comodo alzare la mano e tirare macigni contro chi sbaglia; si fa così presto ad emanare condanne, a sottolineare spietatamente l’errore dell’altro. Facile, comodo pensarsi nel giusto e credere che la propria posizione sia sempre quella inattaccabile, assolutamente valida per tutti. Con un cuore duro, come le pietre. Per un attimo, solo per un attimo, vorrei potermi mettere nei panni di quella donna, vorrei poter avvertire i brividi che le corrono lungo la schiena per una condanna già scontata; la vergogna di stare là al centro, guardata da occhi impietosi, freddi come ghiaccio, a tremare di terrore, a tremare bucata da quegli sguardi carichi di rimproveri. Già lapidata, già uccisa dal giudizio. Vorrei alzare gli occhi e incrociare lo sguardo di Gesù, che si è “chinato” verso di me: è al mio livello, non mi guarda dall’alto in basso, scrive qualcosa e mi guarda. E sono occhi buoni. Sono occhi che non mi giudicano, ma mi abbracciano, mi sciolgono la colpa, mi restituiscono la dignità. Mi sembra di volare, abbracciata a quello sguardo che ha fatto scomparire il mio peccato, perdonata perché amata. Ci vuole amore per perdonare e nei suoi occhi vedo quell’amore sconfinare oltre i miei sbagli, oltre tutti i giudizi. Mi ha liberata. “Va’ e non peccare più” mi ha detto: come vento ha soffiato nelle mie vele e strappato le zavorre, ora posso navigare verso il largo, sì, “ha riempito la mia bocca di sorriso, la mia lingua di gioia…” E per un attimo, solo per un attimo, vorrei avere gli occhi di Gesù, capaci di vedere l’altro come Dio lo ha sognato, capaci di scovare le radici dei fili d’erba, la sorgente d’acqua pulita che scorre in ognuno, la nostra eredità di figli di un Dio tenero e gentile. Pronto sempre a chinarsi e a far nascere sorrisi e gioia.
© don Luigi Verdi / avvenire.it
Un Padre che non smette mai di accoglierci
Disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò ...». (Luca 15,1-3.11-32 )
Ci sono storie che si ripetono, storie di famiglie che rappresentano un po’ ogni famiglia, storie di porte sbattute, di silenzi pesanti, a volte di grida di insofferenza, di mormorii tra fratelli e sorelle, di dolori trattenuti. Oggi Gesù ce ne racconta una per dirci di un padre, quello sì, un po’ particolare. Istintivamente mi immedesimo nel figlio minore, quel ragazzo spavaldo, forse superbo, che con fare sprezzante si rivolge al padre chiedendogli la sua parte di eredità e che va via sbattendo la porta di casa. Petto gonfio, a passi decisi, mi avvio verso la libertà. Forse tiro pure un sospiro di sollievo. Mi sento un sogno in volo: cosa cerco? Cosa mi aspetto? Feste, risate, avventure e piaceri infiniti, «sogni di gloria» insomma. Nulla può fermarmi, sono padrone del mondo, finalmente. Non penso a mio padre, che senza fiatare mi ha guardato allontanare: cosa avrà provato sentendo i miei passi lontani? Il suo cuore di quanto si sarà gonfiato? Non voglio pensarci, oggi ci sono solo io e voglio godermela. E Lui aspetta, quel Padre che non smette mai di essere padre, aspetta sperando, sempre sul terrazzo di casa, caso mai torni. I giorni passano e il vestito lussuoso è diventato un cencio, non ho più uno spicciolo e gli amici, quelli con i quali ho brindato, mi hanno lasciato solo. Ho fame mentre là, a casa mia, persino i servi mangiano in abbondanza. La fame di un pezzo di pane mi muove, non l’amore. «Mi alzerò... andrò... gli dirò...» il futuro è già presente, il ragazzo ha capito. È bastata la fame, è bastato sentire i morsi di un paradiso non artificiale, i morsi dell’infinito. Ed eccolo che a passi svelti, si incammina: forse tra sé e sé ripete le parole da dire al padre, parole di scusa, di vergogna. Non ne ha il tempo: vede il Padre che gli corre incontro, le sue braccia lo stringono forte, forse proprio per non farlo parlare, i due cuori si toccano. Finalmente sei tornato. Così è Dio, il Dio del «Che bello!», il Dio della festa. Peccato che arrivi il fratello maggiore, quello sempre troppo fedele, sempre perfetto, sempre giusto, quell’insopportabile sapientone al quale, solo ora, mi scopro di assomigliare. Ma Lui, il Padre, non si lascia rovinare la festa, Lui «beveva, cantava, rideva. Quei rimproveri non li ha neanche sentiti. Era un tipo d’uomo particolare: sentiva solo la gioia; per il resto, era sordo»
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Il Signore non si stanca di attendere i nostri frutti
… Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti suquest’albero, ma “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”» (Luca 13,1-9)
Lo abbiamo già incontrato, curvo sulle radici, sudato e sporco di polvere, chino a zappettare o a camminare, con occhi splendenti di fiducia, spargendo semi in abbondanza: sì, lo abbiamo già incrociato sulle nostre strade, questo Dio contadino instancabile,che non si ferma mai, che ricomincia sempre daccapo e non si lascia abbattere dalle delusioni e dai tradimenti. Perché così è la vita, inguaribilmente ottimista. E così è Dio: «Voglio lavorare ancora un anno intorno a quel fico e forse porterà frutto».Ancora un anno. Questo è l’unico miracolo ed è quello di Dio: vedere sempre una piccola probabilità nello stoppino fumigante, nella canna incrinata. È un Dio che si accontenta e si aggrappa ad un fragile “forse” e lascia un altro anno di respiro ai tre annidi inutilità, perché si fida, oltre ogni speranza. Forse. Parola dubitativa di quando tutto può succederee tutto ancora farsi. Forse ti troverò, forse mi salverò, forse guarirò, forse ritornerò... Forse, si apre alle possibilità, si incanta sul futuro o, più semplicemente, sul dopo. Non chiude. Non definisce una condizione, ma resta sospeso e attende. Forse, porta in cuore un dubbio e custodisce la bellezza del rientro. Che bello quando ancora gli accadimenti non sono accaduti,quando costringono in una pausa di attesa, o in un respiro trattenuto. Tutto può ancora succedere, anche quel fico sterile può dare frutti, se sono disposto a lavorarci. E che bello sentirci sempre, in qualsiasi momento ed a qualsiasi età, dei semi. Gonfi di possibilità, ricchi di umori e linfe che circolano dentro e da cui poter attingere, carichi di un futuro già tutto presente, già tutto qui. Un concentrato di forza e di energia. Lui così mi vede, quel Dio contadino e visionario che perde il suo tempo attorno alla mia terra secca. Quel Dio che non si rassegna. Forse cambierò, forse riuscirò a diventare un poco migliore, forse domani questi miei difetti svaniranno, ma oggi devo imparare ad essere paziente. Una pazienza che nasconde in cuore il sogno, che accarezza e sospinge, che accompagna e guida: la pazienza di Dio, insomma, che accetta il nostro povero amore, le nostre virtù sgangherate, gli altalenanti buoni propositi e i tempi di sterili aridità. Così, con questo “forse” tra le mani e nel cuore, ci avviamo verso la Pasqua, nel nostro cammino di resurrezione, cammino di vita che va incontro alla vita. Da piangere di felicità.
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Dell’amore percepiamo la luce che ci inonda
«In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto».
Un anticipo di Pasqua, un assaggio della resurrezione: di questo oggi ci parla il Vangelo. Appena entrati nel tempo di Quaresima il racconto della Trasfigurazione ci fa intravedere verso dove stiamo andando, la nostra meta, l’orizzonte vicino. E che importa se tutto ancora deve accadere, che importa come e quando accadrà e se ci saranno nubi o tempeste a incuterci paura: ora lo sappiamo cosa ci attende. Non domani, non nell’aldilà: ma se saremo capaci di ascoltare, di spiare nel fragore la Sua voce, di scovare nel silenzio la Sua presenza. Accade anche a noi, quando l’amore scorre nelle vene, di trasfigurarci: lo leggiamo negli occhi di luce degli innamorati, lo avvertiamo nel brivido della loro pelle, lo scopriamo esterrefatti da uno sguardo che luccica. L’amore non si vede, ma se ne vedono i giochi di luce, gli effetti speciali, come una veste improvvisamente sfolgorante. I volti e le vesti, persino le vesti, a contatto con la carne dell’infinito diventano luce e bellezza. Inondati di amore. Ma non possiamo pretendere che tutto ciò succeda nelle frenesie della nostra vita, quando siamo distratti o concentrati solo sui problemi e le difficoltà o sulle monotone incombenze: anche noi, come Gesù, dobbiamo “salire sul monte” e cercare e pregare, che è un modo di cercarlo, l’infinito. E magari ci sarà un attimo, sempre troppo breve,in cui saremo raggiunti e sommersi da questo infinito e ci sembrerà di sognare o di volare in questo bagno di luce. Troppo bello per essere vero, così bello da chiedere che non finisca mai, da accucciarsi in quel benessere insperato e appagante. Capita anche a noi, quando qualcosa o qualcuno ci raggiunge nel profondo delle nostre fibre, quando la bellezza di un momento ci trafigge, di desiderare di prolungare quel momento all’infinito. Non si vorrebbe più uscire da quel nido caldo e felice. E invece, anche per noi, come per i tre apostoli, arrivano le nubi, le incertezze, i brividi che ci fanno dubitare: che succede? Si stava così bene, scompare la luce, c’è solo nebbia: ora ho paura. Non vedo niente, ma una voce mi rassicura: l’amore non finisce, devo riuscire ad afferrarlo, Lui è qua. Allora atterro planando sulle solite cose impolverate, con un buco di nostalgia nel cuore: non è stato un sogno, ora lo so, devo tenere ben aperti occhi e orecchie. Perché a volte anche un granello di polvere improvvisamente brilla e si riempie di luce e per oggi mi basta.
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Che fatica accettare un Dio fragile e affamato
«In quel tempo, Gesù, guidato dallo Spirito nel deserto per 40 giorni. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo gli mostrò tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini affinché ti custodiscano”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”»
Sì, certo: se potessi tramutare tutte le pietre in pane risolverei ogni problema ed eliminerei così la fame dalla terra; e se possedessi tutti i regni del mondo allora chiaramente sterminerei i cattivi e lascerei vivere solo le brave persone;e se potessi ordinare a Dio tutto ciò che deve fare al momento giusto, allora certo tutti cadrebbero in ginocchio e mi adorerebbero. Che vita facile con un Dio così, un Dio pronto a risolverei problemi personali, politici e religiosi di ognuno; e quanto sarebbe stata più facile anche la vita di Gesù, accompagnata dalla potenza sfarzosa di questi segni. Ma il Dio che ci ha portato Gesù non è così: difficile per noi accettare un Dio povero, un Dio che non provvede ai bisogni dell’uomo seguendo le nostre logiche così umane, troppo umane, quasi diaboliche. Quanto è incomprensibile per noi un Dio fragile, reso fragile dall’amore. Lui, come noi, che soffrì il morso di tutte le tentazioni, Lui come noi che ebbe fame nel deserto e paura davanti alla morte. Non chiede sconti Gesù, vero uomo fin nelle fibre più sottili della sua carne, dove carne significa debolezza e non dominio. La tentazione è sempre una questione di scelta, una scelta tra due amori o tra due strade: la scorciatoia facile della arroganza sugli altri e sulle cose e quella invece della vita da figlio, che riceve e condivide, che ringrazia e ama, che sa che può fidarsi, sempre. Le tentazioni di Gesù sono tutti i nostri miraggi, tutte le illusioni che ci affascinano, i canti di sirene che ci ammaliano e ci fanno credere che si può essere felici senza sforzo e senza gli altri. Per questo è sconcertante Gesù, per noi che pensiamo di trionfare solo vincendo, per noi che ci difendiamo solo aggredendo, per noi che continuiamo a sognare un Dio che non somiglia agli uomini e alle donne di ogni tempo. E la tentazione più subdola, quella che ogni giorno ci consuma e mette a dura prova la nostra fede, è che un Dio così, affamato, fragile, povero, fatichiamo ad accettarlo: impregnati come siamo dalla smania del successo diventa quasiun Dio inaffidabile, inutile. Un Dio gettato nel solco dell’umanità, pestato, tradito, abbandonato, ma che continua ad amare; libero, ma che continua adobbedire, venuto per servire e non per schiacciare. Ci lascia sbigottiti, increduli. Reso fragile dall’amore appassionato, innamorato della nostra povera terra Lui sì che riesce a fare il solo miracolo degno di questo nome: una carezza di luce, che raccoglie nei suoi occhi ogni speranza d'infinito.
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Lo sguardo di Dio dà luce e non mi giudica
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. » (Luca 6,39-45)
È tutta una questione di occhi, è sempre una questione di occhi. Quando Dio creò il mondo “vide” che era bello e buono, e sussultò di gioia anche davanti ad Adamo perché “vide” in lui le sue infinite possibilità, “vide” la sua luce nonostante le ombre. L’occhio di Dio sa vedere il fiore nel seme, la spiga nel chicco e la promessa di futuro che ognuno porta in sé, racchiusa nel cuore. “Si cresce solo se si è sognati” scriveva Danilo Dolci e Dio sogna, eccome se sogna: Lui sogna sempre in grande quando ci guarda. Io invece perché mi ostino a cercare le ombre anziché la luce? I miei occhi, accecati dalle schegge del rancore o della rabbia, oppure appannati dalla malinconia e dalla angoscia, distorcono la realtà, la trasfigurano, proiettano sull’altro i miei fantasmi: e allora le mancanze e gli errori degli altri mi sembrano un’onda minacciosa pronta a farmi affogare, un masso in bilico messo là apposta per schiacciarmi. Vedo ciò che non c’è e ne ho paura; non mi accorgo che quel che sto guardando è il risultato di una visione falsa, contraffatta da ciò che mi porto dentro, dalla mia imperfezione che è del tutto uguale, se non maggiore, a quella del mio fratello o della mia sorella. Ipocrita, sì, e anche presuntuoso. Mi dò arie di saggio, di esperto, di maestro, dispenso consigli, suggerimenti e risoluzione di problemi come se avessi in pugno la verità; dimenticando che in me c’è lo stesso buio, lo stesso tremare davanti alla vita, l’identica possibilità di sbagliare, sono un “cieco che guida un altro cieco”. Quando Dante nell’Inferno incontra il suo maestro, Brunetto Latini, gli si rivolge dicendogli:“M’insegnavate come l’uomo s’etterna”: il vero maestro insegna come diventare unico, straordinario nella propria umanità, pienamente se stesso.Qui sta la nostra eternità. L’occhio di Dio mi vede così: mi dà luce, mi dà respiro, mi regala profumo di eterno, di “per sempre”. Vorrei avere gli occhi di Dio, capaci di sognare e non di giudicare, capaci di guardare oltre tutte le pagliuzze e scovare in me e negli altri il tesoro buono, quello che ognuno si porta dentro, nascosto in fondo al cuore. “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso è coperto da sassi e sabbia: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri”, scriveva Etty Hillesum. Ci vogliono mani da minatore e uno sguardo che illumina con occhi spregiudicati, insomma esperti nel sognare.
Quell’invito incredibile di amare il tuo nemico
«Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Luca 6,27-38)
Gesù è sempre in «direzione ostinata e contraria»: contrario a tutto ciò che è il mio istinto più immediato, più naturale, in fondo più umano. Amare i nemici, ma come si fa? Come amare chi mi umilia e mi calpesta, chi si diverte a farmi soffrire, chi sghignazza alle mie spalle, chi mi rende la vita impossibile? Come amare il nemico che affonda la sua lama nella mia carne e nella mia sensibilità, che fa ribollire in me la collera, la voglia di rivalsa, il desiderio di vendetta? E non parla qui Gesù di perdono, che bene o male e più o meno forzatamente, prima o poi riuscirei anche a dare, ma proprio di amore: uno slancio in più, un salto nel regno dell’altro mondo, un volo verso la sproporzione più totale. Umanamente impossibile.
Se pure mi sforzassi non ci riuscirei, se pure lo decidessi volontariamente sono sicuro che prima o poi rispunterebbe qualche vocina maliziosa in me e un dito si alzerebbe a giudicare, ad allontanare, subito pronto a graffiare. Oggi Gesù ci suggerisce l’improponibile, eppure è qui che si gioca la vita, la vita dei figli di Dio che nascondono in cuore la capacità di realizzare l’impossibile, perché nel cuore nascondono un Dio senza confini. Sproporzionato, come amore che trabocca.
Eppure, rileggendo bene queste righe, trovo la chiave che mi rende accessibili le parole di Gesù: «Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro». Si apre una finestra: non sono obbligato a cercare di copiare, inutilmente, un Dio irraggiungibile nella sua bontà, ma divento io stesso la misura, il termine di paragone, il modello: «Quel che ti aspetti dagli altri, fallo tu per primo; il bisogno d’amore che senti reclamare dentro di te, inizia a darlo tu; sei tu che hai bisogno di una tunica e di un mantello, di una carezza e di una benedizione».
L’amore non è un comando, ma un desiderio. Quel che inseguo e mi rende felice, ciò che bramo per me e per chi amo è sostanza e bisogno anche di chi avverto come nemico o lontano. Anche lui come me mendicante di luce e di gioia, mendicante di amore. E se riuscissi davvero a darlo questo amore e a lasciarlo straripare come un fiume, non mi ritroverei svuotato, ma esageratamente e paradossalmente riempito: traboccante come un calice di bollicine, come un piatto di grano che germoglia. E nuoterei nella dismisura di Dio come in un oceano d’amore.
Lo sguardo del Maestro alla ricerca degli ultimi
… Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo»... (Luca 6,17.20-26)
Dicono che l’amore sia visionario, che facciavedere agli occhi innamorati una versione dell’amato trasfigurata, tratteggiata solo sulla perfezione e sulla bellezza; come se l’amore forzasse la realtà e riuscisse a scovare cose che tutti gli altri non vedono. Dove lo sguardo distratto si ferma solo in superficie, lo sguardo innamorato penetra invece nei recessi nascosti, nelle profondità ancora ignote e da svelare, in quelle zone che non si sa di possedere, ma che stanno là, come promesse di pienezza, come un tesoro nascosto. Di fonte ad una massa di poveri scalcagnati, ad una ciurma di reietti maleodoranti e sbrindellati, gli occhi innamorati del Maestro, “alzàti su di loro”, vedono sorrisi e pance piene, piedi che danzano e aria pura che entra nei polmoni. Come gli saranno brillati gli occhi a quel Dio capace di vedere oltre le apparenze e come saranno brillati gli occhi a quei poveracci che si sono sentiti chiamare beati: ma parla di me? Proprio di me che sono distrutto dal dolore, che sono vittima di violenza, oppresso dall’ingiustizia, angosciato dalla solitudine, affamato di pane e dignità? Possibile che si stia rivolgendo proprio a me? Sono parole che danno i brividi, sono l’impensata trasfigurazione, l’andare oltre la realtà per raggiungere quella
promessa di compiutezza nascosta. Sono l’amore che vede. Un amore che spinge e rilancia la vita, che infonde coraggio e grida da che parte sta la beatitudine e da che parte sta Dio: al fianco degli invisibili, degli scartati, degli oppressi, dei perdenti, di tutti quelli schiacciati dal potere e dalla violenza delle logiche disumane del denaro e della sopraffazione. Ha le sue preferenze questo Dio, se anche “fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt.5,45) non esita a schierarsi tra il forte e il debole, non ci pensa due volte a dichiarare che il suo regno è costituito da un popolo di affamati, di figli ribelli e ladroni pentiti, di pecore che non se ne stanno nel gregge e cagnolini che leccano briciole sotto la tavola. Questo il Suo progetto, il Suo sogno, che diventa vivo e reale ogni volta che il sangue e le lacrime dei nostri fratelli ci fanno tremare il cuore e muovono le nostre mani verso di loro. Che pazzo questo Dio che cambia l’acqua in vino e le lacrime in sorrisi, che va al passo della pecora malata e stanca e si innamora delle canne incrinate e dei mozziconi di candela. Sempre curvo su di noi, ad impastare il suo paradiso
Accogliamo il Suo invito a «prendere il largo»
… Quando ebbe finito di parlare, Gesù disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Luca 5,1-11)
Mi sembra di vederli sulla riva quei poveri pescatori, che con aria afflitta e delusa, dopo una notte di fatica inutile, coi piedi nella sabbia e le teste chine, lavano quelle reti che non sono servite a niente. Mi sembra di vederli alzare la testa per guardare quel giovane Maestro che arriva proprio là, dove sono loro, con le loro legittime preoccupazioni, che li prega di poter salire. Ci mancava solo questa, come se non bastasse una notte intera ad aspettare pesci che si sono dileguati, una notte buttata via: ora tocca anche stare fermi ad aspettare. Cosa avrà detto Gesù, seduto su quella barca, alla folla? Di cosa avrà parlato? E come risuonano quelle parole nei cuori stanchi e sfiniti di Simone e soci? Me lo immagino il sorrisetto di Simon Pietro al sentir raccontare di pecore e lievito, di uccelli del cielo e fiori dei campi: la realtà per lui e compagni è tutta in quelle reti vuote, nella fatica sprecata della notte. E ora? Ma non è il figlio del falegname? Che ne sa Lui della pesca, vuole forse insegnar loro il mestiere di pescatore? E poi pescare di giorno, quando lo sanno anche i bambini che è nella notte che abboccano i pesci? «Prendi il largo…Sulla tua parola» Prendi il largo, non ti arenare sulle delusioni, impara ad andare oltre i fallimenti, gli scoraggiamenti, le stanchezze: prendi il largo con me, ti accompagno io, andremo insieme a scoprire cosa c’è un po’ più in là, dove svaniscono i pesi e la barca quasi affonda, dove il mare si unisce al cielo; ti insegnerò a volare… Sulla tua parola, Signore: non ci capisco niente, sono confuso, ma sento incredibilmente che di Te mi posso fidare, che posso rischiare e darti una possibilità, anche se mi chiedi l’impossibile. Quasi mi vengono le lacrime agli occhi, ma non nel vedere la barca piena di pesci, ma perché sento che hai azzerato le distanze tra fondo del mare e cielo, tra fallimento e vittoria, tra peccato e perdono. Un po’ mi vergogno di quello che sono. Ma tu ancora rilanci la mia paura, mi insegni ad andar contro tutte le ragioni di questo mondo, contro la forza di gravità delle mie sconfitte e delle mie disperazioni, che mi trattengono a riva come zavorre e ancore. Ci tufferemo insieme: le barche sono troppo piccole in questo mare sterminato di donne e uomini stanchi e le reti non bastano, ci vuole la vita da buttare al largo. Senza criterio alcuno, sulla Tua parola.
Simeone l’anziano che vide in Gesù il Messia
… Ora a Geru salemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazioned’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele»… (Luca 2,22-40)
A furia di tenere gli occhi bene aperti non si riesce a star fermi, si viene “mossi”, spinti, urtati verso quel che si aspetta e appena si intravede. Occhi spalancati di giorno e di notte, perché le promesse sono promesse e quel Dio non può deludere: Dio è fedele, molto più di noi e Simeone lo sa, per questo è detto «uomo giusto e pio». Forse lo ha cercato dappertutto, senza mai smettere di aspettarlo quel Messia che gli era stato promesso; forse non vedeva l’ora di trovarlo perché ormai era “sazio di giorni”, stanco di quella stanchezza piena, compiuta, di una vita spesa bene, una vita intera a desiderare Dio. Aspettava il compimento, il vecchio Simeone, aspettava di riconoscere il Messia. E chissà se se l’era immaginato così quel Messia, un Bambino da stringere tra le braccia, un Bambino che per tutti gli altri non era altro che un bambino, ma che per occhi che desiderano vedere diventa il volto di Dio.
Occhi che hanno saputo aspettare. Come l’avrà tenuto tra le braccia il vecchio Simeone quel Bambino? Lo avrà stretto sul cuore, guardandolo stupito? Avrà avuto paura di fargli male? «I vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte»,
canta Fabrizio de Andrè e allora le sue mani rugose lo avranno appena sfiorato, piano, per non sciupare Dio. Oggi due vecchi, Anna e Simeone, sono i portatori del Nuovo che fa irruzione nella storia, capaci di scorgere la luce e la gloria, che altro non è che bellezza pura, intatta. Diventano, questi due vecchi dagli occhi penetranti, i funamboli di un Dio che è finalmente arrivato, mescolato alla terra, ma con cellule di cielo; passato e futuro nelle loro braccia, vecchiaia e infanzia, segno di contraddizione di un Dio che aspetti e che non ti aspetti mai così. Hanno visto, Simeone e Anna, la «salvezza preparata per tutti»: è là, pronta per ciascuno, apparecchiata per noi, basta vederla, basta avere occhi vigili. Aspetta noi con la nostra speranza, col nostro desiderio di Lui. «Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,18-19) È tutta una questione di Spirito, è tutta una questione di Dio. E di occhi che, anche se appannati dalla cataratta, sanno vedere oltre.
Comunicazione di Don Gerardo Vicario Foraneo
Da domenica 19 gennaio è SOSPESA LA SANTA MESSA FESTIVA delle ore 18.30 a Poggiana.
Sentendo i sacerdoti che in questo tempo si sono alternati a Poggiana, il Consiglio Pastorale ed alcuni fedeli,
don Gerardo, vicario foraneo, ha ritenuto di poter fare questa scelta che non sembra creare troppe difficoltà.
La celebrazione infatti era frequentata da una ventina di fedeli che forse possono facilmente orientarsi ad al-
tre messe, visto che in parrocchia rimangono quella del sabato sera, della domenica mattina e della domeni-
ca sera presso il vicino Santuario delle Cendrole.
Ogni celebrazione è un momento di grazia e di incontro con il Signore.
Di domenica, tuttavia, è importante evitare un eccesso di frammentazione per non perdere l’unità del popo-
lo di Dio, non gravare oltremodo sui sacerdoti impegnati anche in altri paesi, assicurare una celebrazione
dignitosa e partecipata, tener conto anche della gestione delle chiese.
In questo tempo è necessario custodire il bene prezioso di ogni comunità e nello stesso tempo avere uno
sguardo sull’insieme delle esigenze e delle risorse disponibili, con la capacità di cambiare e di condividere,
come sta avvenendo in numerose situazioni, anche del nostro vicariato. Un nuovo passaggio di fiducia e di
comunione che custodisce la nostra parrocchia e ci aiuta a camminare insieme
Accettare un Dio che sovverte gli schemi
Chissà come si immaginavano il regno del Maestro quei due fratelli, chissà quanto tempo avranno passato a fantasticare sulla bellezza di quei troni, figurandosi bardati di mantelli e corone, con in mano un qualche scettro simbolo di potere. Quanto si saranno gasati nell’immaginarsi così importanti, uno a destra e l’altro a sinistra, a giudicare, a far paura, a rimproverare e punire. Ma cosa avevano capito fino ad allora? Ma cosa abbiamo capito noi che ancora oggi dopo duemila anni di Vangelo sgomitiamo per un posto in evidenza, per un pugno di potere da esercitare in famiglia, in politica, nelle chiese, nelle associazioni? Eppure poco prima Gesù lo aveva già detto; abbracciando un bambino aveva dimostrato, come un teorema, quanto la misura di Dio è la piccolezza, la fragilità, la povertà, il nulla pretendere: l’amore disarmato. Che fatica accettare un Dio così rivoluzionario che sovverte gli schemi, che ribalta le certezze; che fatica anche solo pensare a un Dio che non vuole comandare e spaventare, dominare e soggiogare, ma chino su di noi, a farsi nido entro cui scaldarci, riparo dove riposare, braccia tra le quali addormentarsi. E daccapo Gesù a spiegare, pazientemente, come un maestro con dei bambini un po’ lenti all’apprendimento, dolcemente, come un genitore che sa che il figlio non è proprio una cima d’intelligenza: «Voi sapete…tra voi però chi vuole diventare grande sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti». Dove l’ha imparata questa matematica il Maestro? In quale accademia di filosofia ha appreso la logica secondo la quale gli ultimi sono i primi e viceversa e che gli schiavi valgono più dei dominatori? Questa non è logica umana, questa è follia di Dio che non viene a spadroneggiare, a giudicare, a farci sentire inadeguati e incapaci. Non schiaccia, ma solleva il Padre buono, non mortifica ma avvolge di tenerezza, tanta tenerezza da morirne. Quel Dio che «rovescia i potenti dai troni e che innalza gli umili, che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote» è qui per noi, aspetta solo un cenno. Per servirci. E chissà che sorpresa sarà stata per Giacomo e Giovanni entrare nel regno e trovare troni scuciti e rattoppati, occupati da ladroni e prostitute: chissà che festa!
Cena del Baccalà parrocchia di Vallà
Dio ci dona un cuore che sogna amore e vita
E se invece avessimo un cuore tenero? Se il nostro cuore non fosse diventato un pezzo di pietra nel petto che non batte, non sussulta, non sobbalza, non si stupisce più davanti alla meraviglia del creato e al mistero dell’altro? Se non avessimo bisogno di leggi e norme che ci impongano il rispetto e la difesa della dignità, il tremore dinanzi alla diversità, l’attenzione e la cura verso chi è nostro compagno di cammino? Se fossimo cioè rimasti come Dio ci ha desiderato quando, impastandoci col fango e soffiando su di noi, ci ha resi vivi e amanti? Dio non impone leggi, Lui mette nel nostro cuore un pezzetto del suo cuore che sogna amore e vita ovunque e che, come un artista visionario, vede straripare la bellezza dai fili d’erba, la forza dalla gemma sull’albero, la potenza dallo scorrere dei ruscelli. Vede la possibilità che portiamo racchiusa come un tesoro nascosto e profondo: il nostro cuore tenero. L’amore non si esige con la legge, vorrebbe dire snaturarlo, sciuparlo, denigrarlo: l’amore chiede una tenerezza di cuore che significa apertura, capacità di commuoversi e brividi di stupore. Come potrebbe Gesù parlarci di un Dio attento alle norme, proprio Lui che guarisce di sabato, che mangia coi peccatori e le prostitute, che si ferma a parlare con donne straniere e sconosciute? Lui che nel suo cammino ha strappato legacci e divelto sbarre di prigioni: «Chi è senza peccato scagli pure la prima pietra… Stasera, Zaccheo, vengo a cena da te…». Lui che è venuto per restituirci la libertà. Continua, il brano di Vangelo, con una scena che sembra piovere là per caso, ma forse tanto a caso non è: quei bambini che non stanno mai fermi, che toccano, annusano curiosi, che si incantano sulle piccole cose sono forse l’esempio della tenerezza di cuore che Dio ci chiede. Quei bambini che spalancano gli occhi e la bocca per ascoltare, pronti a mettere la loro mano nella tua per seguirti fiduciosi, senza domande, senza precauzioni, solo perché da te si sentono amati e accuditi, che cantano come cicale d’estate, si prendono tutto l’abbraccio di Dio. Portati in alto dalle Sue braccia, sollevati da terra per guardarlo negli occhi e ridere con Lui: sarà forse questo il Suo regno? don Luigi Verdi