Vedere gli altri così come Dio li ha sognati
… Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8,1-11 )
Quanto darei per sapere cosa stava scrivendo Gesù: una preghiera o il verso di una poesia o di una canzone? O il versetto di un salmo, forse proprio quello del salmo 125 che è tra le letture di oggi: « …la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia». Quanto pesano le pietre di chi si sente senza peccato, di chi suppone di essere giusto, sempre a posto con la coscienza? Quanto pesano quelle pietre che siamo incessantemente pronti a scagliare sulle debolezze e fragilità di chi ci sta intorno? E se questa scena si ripetesse oggi, qua, nel piccolo mondo in cui vivo, io dove sarei? Sarei insieme a quegli scribi a reclamare l’applicazione della legge? È così facile e comodo alzare la mano e tirare macigni contro chi sbaglia; si fa così presto ad emanare condanne, a sottolineare spietatamente l’errore dell’altro. Facile, comodo pensarsi nel giusto e credere che la propria posizione sia sempre quella inattaccabile, assolutamente valida per tutti. Con un cuore duro, come le pietre. Per un attimo, solo per un attimo, vorrei potermi mettere nei panni di quella donna, vorrei poter avvertire i brividi che le corrono lungo la schiena per una condanna già scontata; la vergogna di stare là al centro, guardata da occhi impietosi, freddi come ghiaccio, a tremare di terrore, a tremare bucata da quegli sguardi carichi di rimproveri. Già lapidata, già uccisa dal giudizio. Vorrei alzare gli occhi e incrociare lo sguardo di Gesù, che si è “chinato” verso di me: è al mio livello, non mi guarda dall’alto in basso, scrive qualcosa e mi guarda. E sono occhi buoni. Sono occhi che non mi giudicano, ma mi abbracciano, mi sciolgono la colpa, mi restituiscono la dignità. Mi sembra di volare, abbracciata a quello sguardo che ha fatto scomparire il mio peccato, perdonata perché amata. Ci vuole amore per perdonare e nei suoi occhi vedo quell’amore sconfinare oltre i miei sbagli, oltre tutti i giudizi. Mi ha liberata. “Va’ e non peccare più” mi ha detto: come vento ha soffiato nelle mie vele e strappato le zavorre, ora posso navigare verso il largo, sì, “ha riempito la mia bocca di sorriso, la mia lingua di gioia…” E per un attimo, solo per un attimo, vorrei avere gli occhi di Gesù, capaci di vedere l’altro come Dio lo ha sognato, capaci di scovare le radici dei fili d’erba, la sorgente d’acqua pulita che scorre in ognuno, la nostra eredità di figli di un Dio tenero e gentile. Pronto sempre a chinarsi e a far nascere sorrisi e gioia.
© don Luigi Verdi / avvenire.it